giovedì , 29 giugno 2017
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Quando il lessico familiare diventa poesia: “Ti porto sempre con me” di Francesca Pansa

“La paura che mi insegue e mi trafigge ha radici ben precise che io conosco … Nessuno potrà farmi perdere la speranza che qualcosa prima o poi possa capitare. Un soffio di vento che metta tutte le carte al loro posto”. Questo brano condensa la doppia anima, mesta e vitale, dolorosa e sognante, della autofiction in cui Francesca Pansa rivela la sua biografia di figlia e di madre travagliata, di donna appassionata e militante. Una narrazione colloquiale ed essenziale, che tende all’intimismo oggettivo, documentario, sorvegliato delle nostre scrittrici classiche: Natalia Ginzburg di Lessico famigliare, Lalla Romano di Le parole tra noi leggere.
Una calda rievocazione di figure familiari basta per plasmarle di un’aura mitica, per introdurle in una dimensione onirica. Gli eventi diventano carichi di presagio e nostalgia, pregni di una densità affettiva che li riveste di un valore simbolico altrimenti imprigionato nella prosaicità del quotidiano, nello “scialo dei triti fatti” di montaliana memoria. Il presepe delle prime pagine con i pasquarieddri, le figure dipinte a mano che Francesca porta dalla Calabria nella sua casa romana come una eredità preziosa, è l’immagine felice che la vita scardina coi suoi colpi fino al dolore più feroce, al rintocco dell’ultimo, commovente dialogo col padre morente, a quel groviglio di fatalità e colpe che lo separano per sempre da lei. E’ proprio la data dell’8 marzo a legarsi irreparabilmente con la tragedia della morte. Un compagno di partito lo investe all’uscita da un comizio, mentre la figlia, che prima aveva rifiutato il suo invito, lo raggiunge per uno strano impulso senza riuscire ad entrare. A compiere il dramma l’omissione di cure e una necrosi che uccide non solo il padre amorevole, colto, responsabile, ma il destino di una intera famiglia. Il punto di riferimento diventa la madre Soave, una vera quercia piena di tenacia e di fede. L’assenza cocente si sposa alle presenze impegnative della vita. Soprattutto il secondo figlio Alessandro con i suoi problemi di linguaggio alla scuola elementare. Francesca smette di leggere, non si occupa più del lavoro in radio, ha problemi col cibo, divora tutto ma non per fame, ma per “paura di cadere, di perdere ogni punto di riferimento e ritrovarmi sola”. E’ piena di fiducia verso il figlio, lotta con tutti per farne emergere la diversa genialità, quella capacità unica di gioire della vita da cui sarà catturato il più grande poeta giapponese contemporaneo Kikuo Takano che gli dedica versi memorabili: “Sai Alessandro ridente mi appariva la tua anima/ Tu sei come una luce che sfavilla appena l’accendi”. Nel disagio estremo emergono queste accensioni, coronate dal matrimonio, dal viaggio di nozze con Renato nei luoghi di Arthur Rimbaud su cui lui sta per pubblicare un libro. A Charleville Alessandro compra due magliette con versi misteriosi in cui Francesca scorge allusioni a verità arcane, a chiavi decifratorie dell’esistenza: “La strega non vorrà mai raccontarci ciò che sa e che noi ignoriamo”, “Per delicatezza/ ho perduto la mia vita”. Tutto vero se adattiamo meglio all’autrice questi ultimi versi traducendoli così: “Per delicatezza e per passione ho perduto e riacquistato di continuo la mia vita”. Tornando sempre a credere nel presepe dell’infanzia nonostante la sofferenza dilaniante e inevitabile.

Francesca Pansa, Ti porto sempre con me, Bompiani, pp.112, euro 10

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