domenica , 20 agosto 2017
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Paolo Lagazzi, “Light Stone”: il musicista e la sua geisha, un amore impossibile

Paolo Lagazzi è un critico tra più attenti e qualificati che si è misurato con alcuni classici del Novecento tra cui Attilio Bertolucci su cui ha pubblicato saggi e interviste, ha curato il Meridiano Mondadori e molti inediti, usciti recentemente per Diabasis (“Il fuoco e la cenere”).

Ma sulla sua strada c’era la fatale attrazione al romanzo, questo “Light stone” ne è la prova. Non la solita escursione (o vacanza) di un critico curioso (o annoiato dal mestiere), ma una sorta d’ideale e significativo approdo creativo. Un crocevia dove, se arrivi dalla parte giusta, prendi la direzione e il passo migliori da seguire fino in fondo. Come fa Lagazzi che racconta la vita di una coppia assai singolare il cui modo estremo di vivere l’emozione amorosa, la sua euforia e la sua caduta, è anche il referto di una dilaniata condizione del sentimento.

Un itinerario interiore che sconvolge ogni attesa, mescolando i percorsi fantastici con quelli reali, addentrandosi sempre più in ciò che Barthes chiama la “soggettività senza prove» dell’individuo. La storia, dicevo, o meglio la storia di una vera ossessione. Francesco, il protagonista cinquantenne, è un violinista che, invitato in Giappone per una serie di concerti, viene a “a contatto con l’anima del paese più incomprensibile e seducente del mondo”. A Tokyo conosce Shoko, giovanissima interprete, con la quale, una volta rientrato in Italia, avvia un dialogo muto, mediante lo scambio di e-mail che alimentano un rapporto a distanza e si alterneranno per ben dieci anni.

Sullo sfondo la realtà del Giappone – forme, pensieri, riti di cui Lagazzi è profondo conoscitore e cultore, avendo curato, tra l’altro, diverse antologie di lirica nipponica, nonché testi del poeta Kikuo Takano – cui fa da contrasto la Milano metamorfica, affiorante nella nebbia “tra autostrade luccicanti di fari in corsa, alberi stenti, cantieri in disarmo, campi di nomadi, discariche, cimiteri di auto, pile di pietre senza scopo o senso”. Poi Francesco, a fine decennio, torna a Tokio: la rivede, capisce che non conosce nulla – o quasi nulla – di Shoko, e che forse non la rivedrà più. La fanciulla si presenta come portatrice di un’alterità conturbante, etnica ma non solo. Non complice, ma sfuggente, cangiante, enigmatica. Sembra incarnare l’ideale poetico di Lagazzi, Musa, Ninfa, Geisha con il mistero e l’indicibile della seduzione femminile. Ma Francesco non si rassegna. Rientrato di nuovo a Milano, riprende a scriverle, ma le sue risposte si fanno sempre più rade: passano anche mesi di estenuante silenzio, e quando risponde, è laconica, fredda, formale, evasiva. Il violinista intuisce il disastro di quest’amore impossibile, contorto, pieno di risvolti oscuri, pieno di vuoto: Come estrarre da una bottiglia un’anatra cresciuta dentro di essa senza uccidere l’animale né rompere il vetro? Ma decide coscientemente di aderirvi e di non cedere al disincanto e al cinismo.

Fino alla scoperta di un segreto insospettabile e alla sua tragica fine da clochard, sotto gli occhi della moglie e della figlia. Cosi si svela la vera natura della storia tra Francesco e Shoko, stretta quasi a soffocare un romanzo duro, drammatico, doloroso, complesso, claustrofobico e insieme visionario; e nello stesso tempo ad aprirlo in una continua spirale di similitudini, metafore e analogie, con uno sguardo che conserva sempre lo stupore e la meraviglia. L’oggetto di quella lieve, tenace, esaltante e insieme demolitrice apprensione amorosa non è un sintomo, ma la malattia stessa. Non è (non è mai stata) soltanto quello predestinato del rapporto tra uomo e donna. Ma è (sarà sempre) la realtà stessa, l’avventura del viverla, la possibilità o l’impossibilità di afferrarla, possederla, conoscerla.

Paolo Lagazzi “Light Stone” Passigli
228 pagine, 18,50 euro.

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