sabato , 19 agosto 2017
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Hip hop, i fratelli Raige e Ensi: il rap non cambierà il mondo

Duri e puri. Ultimo baluardo, Obi-Wan Kenobi dell’hip-hop in Italia. Ma pur sempre convinti che, in fondo, il rap sia fondamentalmente intrattenimento. Raige&Ensi sono due fratelli per niente coltelli che rappresentano un caso particolare nel panorama dell’hip-hop italiano. Raige, il maggiore ama il rap dalle sonorità melodiche e infarcisce i suoi testi di citazioni letterarie. Ensi, trentenne, campione di freestyle (la capacità di mettere in fila, improvvisando, una serie di frasi in rima dal senso compiuto), adora invece l’hip hop nudo e crudo, fatto di ritmi incalzanti e valanghe di parole pronunciate a velocità impressionante. Un’anima poetica da una parte, una tecnica potente dall’altra. Caratteristiche di due artisti che si completano a vicenda. Due artisti, Alex Andrea e Jari Ivan Vella, poi conosciuti al pubblico come Raige ed Ensi, che non sono solo fratelli da un punto di vista musicale, ma lo sono anche nella vita.

Nati e cresciuti a Torino da genitori catanesi (“terroni”, come recita un brano in cui rivendicano con orgoglio le loro origini) hanno cominciato a fare musica da giovanissimi, alla fine degli anni Novanta. “Era il periodo buio del rap», raccontano, “e quando abbiamo avuto i primi successi, nel 2006, lo era ancora di più». Oggi sono fra gli artisti hip-hop più seguiti e rispettati d’Italia. All’inizio, con un amico di nome Rayden, hanno formato un gruppo, gli OneMic. Poi hanno preferito continuare da soli.

“Siamo due teste pensanti», dice Raige al termine del concerto tenuto a Portoferraio, sull’Isola d’Elba, in occasione di Bacardí Wave 2015 (la 15 giorni di eventi e spettacoli che durerà fino a Ferragosto), “È normale che ognuno voglia dire la sua». Intanto Ensi, accanto a lui, annuisce sorridendo. Sarà pure normale, ma intanto lo show di sabato sera ha dimostrato che insieme i due fratelli funzionano a meraviglia. “Solo una volta ci eravamo esibiti come duo», spiega Ensi, “e stasera è stato bello. Un concerto come questo, in piazza, ci sembra un’ottima iniziativa. Ci ha dato la possibilità di esibirci davanti a un pubblico variegato, composto anche da persone che non amano l’hip-hop. Ed è andata bene, la risposta è stata ottima». E allora perché non far diventare Raige&Ensi un progetto a tutti gli effetti? “Chissà», ci pensa su il fratello minore, “Magari lo faremo».

Certo, anche se si vogliono un gran bene, su molte cose la pensano diversamente. A cominciare da quello che è una sorta di tabù per i cantanti hip-hop: il rapporto, conflittuale, con la musica cosiddetta pop. “E dai, non è mica una parolaccia», sdrammatizza Raige, “Anzi, sapete che c’è? Visto che a me piace l’aspetto melodico nelle mie canzoni, possiamo dire che lo sia anch’io», se la ride. Il fratello invece sembra prendere la questione più seriamente: “Il rap ha un’origine comune. Poi ognuno ne fa quel che vuole, dando la propria interpretazione». E se si scoprono le carte e gli si nomina il fenomeno Fedez, lui non cede alla provocazione: “Se lui vince il disco di platino facendo musica pop, va bene. Io posso avere un’idea diversa, ma alla fine è il pubblico che decide». Stessa cosa per i talent: “Non sono il male della musica. Sono solo il compromesso fra la qualità e quello che il mercato richiede». Tant’è che Ensi, a detta sua, se glielo chiedessero farebbe pure da giudice in un programma.

Ed è così che i difensori del rap puro si dimostrano sì idealisti, ma anche consapevoli: “Non è detto che debba esserci per forza una guerra fra chi ha visioni diverse dell’hip-hop. C’è un concetto, profondamente sbagliato, che si è affermato anche per colpa dei media: che il rap debba salvare il mondo. Non è così, la nostra musica non deve avere necessariamente un significato profondo, ma è prima di tutto svago, intrattenimento. Come direbbe nostra nonna, sono solo parole veloci».

L’ennesima apparente contraddizione in quei due ragazzi che si atteggiano proprio come i rapper americani, con quel fare un po’ strafottente da fuorilegge tutti soldi, pupe e macchinoni, ma che poi non si vergognano di mostrarsi sensibili e impegnati, facendo capire di non aver nulla a che vedere con quel mondo cinico e violento a cui spesso conduce l’immaginario collettivo quando si parla di hip-hop. “Noi ci limitiamo a fare rap e a vedere quel che ne viene. E il risultato noi lo chiamiamo “magia”», e poi scoppiano a ridere: “Scherziamo, eh». Ma in fondo, forse, non scherzano mica tanto.

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